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Sotto l’«egìda» dell’oligarchia

di Alberto Burgio

 1. I fatti parlano da soli, si dice. Quindi si cerca di far parlare ai fatti la lingua che più conviene. E quali fatti son più fatti dei numeri? Piove sull’università e sui suoi destini un’orgia di cifre. In gran parte fasulle, come quelle fabbricate da Francesco Giavazzi, secondo il quale «l’unica certezza» di questa «riforma che non esiste» sarebbe l’imminente esplosione del corpo docente. Cerchiamo allora di partire da qualche cifra attendibile (fornita da Eurostat, Ocse e Miur), per capire di che cosa stiamo discutendo.
La spesa pubblica italiana per l’istruzione universitaria è l’1,6% della spesa pubblica totale, contro la media europea del 2,8% e la media Ocse del 3%. È pari allo 0,76% del Pil (era lo 0,8% quattro anni fa), in proporzione l’ultima nell’Europa dei 27, dove la media è dell’1,15%. Spendono molto più di noi anche i Paesi anglosassoni, patrie del liberismo (l’1,21% la Gran Bretagna; l’1,33% gli Stati Uniti). Per ogni studente universitario lo Stato italiano spende 8.026 dollari l’anno contro una media Ocse di 11.512.
La spesa pubblica italiana in ricerca e sviluppo è pari all’1,1% del Pil, contro una media europea del 2%, la media Ocse del 2,5% e l’obiettivo del 3% fissato per il 2010 dalla Carta di Lisbona. Tra il 1990 e il 2005 in Italia gli investimenti complessivi (pubblici e privati) in ricerca e sviluppo sono cresciuti di appena il 4% al netto dell’inflazione, contro il 21% della Francia, il 38% della Germania e il 117% della Spagna.
Il rapporto tra docenti e studenti in Italia è di 1:29, contro una media europea di 1:16,4. In Gran Bretagna è di 1:16, in Germania di 1:12. Il rapporto tra ricercatori e abitanti in Italia è del 27‰, contro una media europea del 51‰. In base alla media europea l’università e gli enti di ricerca pubblici italiani dovrebbero disporre di un organico di circa 117mila ricercatori; ne contano 62mila (contro i 147mila della Gran Bretagna e gli oltre 240mila della Germania); con la «riforma che non esiste» ne avranno 54mila. Intanto, il blocco del turn over (la crescita-zero delle facoltà non è un’invenzione di questo governo) ha causato un costante innalzamento dell’età media dei ricercatori, che in Italia si aggira intorno ai 55 anni, mentre in Europa non supera i 43.
Nell’università per com’è oggi non va certo tutto per il meglio. Ci sono anche sprechi e disfunzioni, concorsi iniqui, docenti non all’altezza o improduttivi. Ma i numeri mostrano che il male dell’università italiana non è certo il troppo, è semmai il troppo poco.

2. In questo quadro cadono i provvedimenti del governo, a cominciare da quelli contenuti nella legge 133, una legge finanziaria (per Costituzione sottratta  al rischio referendario) approvata guarda caso in pieno agosto.
In questa legge il governo ha «intrufolato» alcune misure devastanti per il sistema universitario pubblico. Nell’ordine (e tenendo conto degli aggiornamenti contenuti nel dl 180 del 10 novembre): la riduzione di circa il 20% (da 7,1 miliardi a 5,7) del fondo di finanziamento ordinario (già sottodimensionato) per il quinquennio 2009-2013; l’aumento delle tasse di iscrizione per i fuori-corso (circa il 66% dei laureati); la riduzione del 50% del turn-over per il triennio 2009-2011; l’aumento dei poteri di rettori e consigli d’amministrazione; l’esclusione dai finanziamenti delle università che spendono per il personale più del 90% del finanziamento ordinario («bastona il cane che affoga!»); lo stanziamento di 135 milioni per i prestiti d’onore («se sei povero e vuoi studiare, devi far debiti»); dulcis in fundo, la previsione della possibilità di trasformare (con decisione a maggioranza del senato accademico) le università pubbliche in fondazioni private.
(Il governo ha deciso tagli e misure distruttive anche contro la scuola elementare e media e contro istituti d’arte e conservatori, di cui non possiamo occuparci  qui, ma che non sono meno gravi di quelli che colpiscono l’università.)

3. Come valutare questi provvedimenti? Si tratta in buona misura di tagli che genereranno effetti drammatici. Molte università risulteranno insolventi, dovranno rinunciare a spese vitali, non potranno nemmeno pagare gli stipendi e verranno commissariate, a norma di legge, dal Ministero. Migliaia di giovani ricercatori precari dovranno dire addio alla speranza di essere assunti, dopo che per anni il loro lavoro sottopagato o volontario ha permesso all’università di funzionare.
Ma i tagli non obbediscono soltanto a ragioni di bilancio (altrimenti non si capirebbe perché i soldi mancano sempre soltanto per la spesa sociale e mai per le armi e la guerra e per le regalìe alle imprese private e alla Chiesa cattolica). Questi «risparmi» servono anche a promuovere una trasformazione complessiva del sistema universitario pubblico. Tra i tagli e l’idea delle fondazioni c’è molto di più che semplice coerenza.

4. I tagli accelereranno il processo (in atto da anni, in forme striscianti) di privatizzazione dell’università, frammentando il sistema universitario nazionale e cancellando l’università di massa, considerata dalla destra un pericoloso strumento di mobilità sociale (di «egualitarismo», come dice il ministro).
Meno fondi significano tasse di iscrizione più alte, e le fondazioni potranno aumentarle senza limiti. Significano necessità di procurarsi finanziamenti privati, che le fondazioni hanno maggiori probabilità di ottenere, in cambio della totale libertà, per i finanziatori privati, di decidere strutture, forme e finalità della didattica e della ricerca. 
Le conseguenze saranno gravissime per tutto il sistema. Gli studenti che non potranno pagare tasse elevate dovranno ripiegare sulle università rimaste pubbliche, che non avranno fondi e forniranno inevitabilmente un servizio scadente. Il personale docente e non docente delle università-fondazioni  sarà privatizzato, quindi precarizzato, quindi sottoposto al ricatto dei nuovi padroni. L’università sarà letteralmente depredata, perché la legge prevede che ai padroni delle fondazioni venga regalato, esentasse, l’intero patrimonio immobiliare già in uso alle università trasformate.
Le università-fondazioni continueranno a ricevere soldi pubblici, ma saranno a tutti gli effetti uno snodo del sistema imprenditoriale privato e dominio di potentati oligarchici, organicamente legati alla politica e ai poteri forti del territorio (imprese e banche in primis). I nuovi padroni potranno far valere un potere discrezionale illimitato (perché esercitato in casa propria) sulla didattica e sulla ricerca, con grave pregiudizio per tutto ciò (ricerca di base e discipline umanistiche) che non genera profitti immediati. Non c’è che dire: un bel successo per chi si vanta di combattere contro i «baroni»!
La generalizzazione dei numeri chiusi e l’abolizione del valore legale del titolo di studio (storici cavalli di battaglia della Confindustria e del fronte «meritocratico» bipartisan) faranno il resto, ponendo fine alla «vergogna» (già oggi in verità virtuale) denunciata dal capo della destra in campagna elettorale. Non accadrà più che il figlio dell’operaio (soprattutto – aggiungiamo – se meridionale) abbia le stesse opportunità di un rampollo della buona borghesia. 

5. C’era una volta la Costituzione della Repubblica italiana:
«È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana» (art. 3).
«La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica» (art. 9).
«L’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento. […] Enti e privati hanno diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato» (art. 33).
«La scuola è aperta a tutti. […] I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi. La Repubblica rende effettivo questo diritto…» (art. 34).
Del resto, chi ci governa non ha mai fatto mistero di nutrire scarsa simpatia per la nostra Costituzione. «Sovietica», e in troppi punti distante dal Piano di rinascita democratica del «venerabile maestro» Licio Gelli.

6. La questione del «merito» è complessa.  Chi potrebbe essere contro il riconoscimento dei meriti e la discriminazione dei demeriti? Il problema è: chi stabilisce gli uni e gli altri?
È un problema classico. Benché convinto della necessità di ricompensare il merito, Jean-Jacques Rousseau polemizzava aspramente contro l’élite illuminista che, a suo giudizio, nel nome della meritocrazia mirava a riservare a sé ricchezza e potere. Siamo sicuri che quando si lamenta la cattiva qualità dei docenti non si abbiano di mira, in molti casi, le loro idee poco à la page? 
Com’è stato osservato, oggi molto probabilmente Gianni Rodari e don Milani sarebbero considerati dei «cattivi maestri». E come verrebbero «valutati» un Gramsci o un Gobetti, ammesso che qualcuno darebbe loro una cattedra di filosofia politica?

7. Il progetto di trasformare le università pubbliche in fondazioni piace molto agli industriali, ma gli industriali sono in buona compagnia. Oggi le fondazioni vengono introdotte dalla destra, ma l’idea è nata sull’altra sponda.
Fu delineata nel lontano 2004 da due docenti universitari di area Ds, Nicola Rossi e Giovanni Toniolo, e sistematizzata in una proposta di legge presentata dallo stesso Rossi nel febbraio 2006. Nella sua formulazione più recente, coincide con quanto disposto dalla legge 133: devoluzione del patrimonio pubblico e totale autonomia degli «atenei-fondazione» nella gestione delle risorse (stipendi compresi), nell’assunzione del personale e nell’ammissione degli studenti. Anzi, la proposta Rossi-Toniolo, va oltre in quanto, «preso atto che il sistema centralistico-burocratico attuale non è riformabile», presuppone l’abolizione del valore legale del titolo di studio e prevede di affidare la gestione degli atenei a «manager con specifiche competenze».
Farina del sacco di Rossi e Toniolo? Sì, ma meravigliosamente consonante con il Piano d’azione di Confindustria sull’Università, pubblicato proprio nella primavera del 2006. Anche in questo caso l’idea era che le università debbano potere «liberamente» assumere i docenti, «liberamente» fissarne remunerazione e obblighi, «liberamente» determinare l’importo delle tasse studentesche, «liberamente» decidere se mantenere carattere pubblico o trasformarsi in associazioni o fondazioni di diritto privato. Non appena reso noto, il Piano fu commentato dai responsabili scuola e università dei Ds, Andrea Ranieri e Walter Tocci. Pur dubbiosi sulla privatizzazione integrale degli atenei, dichiararono: «la proposta di Confindustria va nella direzione giusta poiché indica in autonomia, valutazione e responsabilità le chiavi di riforma dell’Università».
No comment.

8. «La critica su l’opera nostra s’è fatta negli ultimi tempi, senza dubbio, assai viva nel pubblico. C’è toccato di leggerne e di sentirne d’ogni genere e d’ogni colore negli ultimi anni. Nei giornali cotidiani e nei discorsi parlamentari c’è accaduto più volte di sentirci oggetto di una critica, che spesso fu poco benevole, e quasi mai parve rivolta all’intento di fornire a noi nuovi lumi e cognizioni nuove. Noi, colpevoli dei frequenti tumulti studenteschi; – noi, cagione di danno alla società, perché produciamo troppi professionisti, che nella lotta della vita forman poi un forte contingente nell’esercito degli spostati; – noi, pericolosi, come quelli che abusiamo, chi sa mai come, della libertà dell’insegnare: e così via, da non finirla!»
È qualcuno risentito con gli attuali fustigatori della «casta» universitaria? No. È Antonio Labriola, nel lontano novembre 1896. L’attualità delle sue parole suggerisce che non tutto è inedito nella campagna diffamatoria contro i «baroni» promossa dalla grande stampa «indipendente».
«Fannulloni», «nepotisti», «corrotti» e «corruttori». Come sempre, sparare nel mucchio non aiuta a scoprire le vere magagne (che ci sono) e le reali colpe (che pure ci sono). Serve piuttosto a nasconderle: tutti colpevoli, tutti innocenti. Soprattutto, crea un clima favorevole allo smantellamento dell’università pubblica, dipinta come un covo di parassiti. E spiana la strada verso la nascita di una ancor più potente casta baronale, padrona delle fondazioni.
In questi anni il sistema dell’informazione in Italia ha dato il peggio di sé in termini di servilismo. Quando governava il centrosinistra – e, guarda caso, in una fase in cui il Parlamento non conta quasi nulla a fronte dei veri poteri (governo, imprese e mercati, Commissione europea) – si scatenò la gazzarra contro la «casta» parlamentare. Tornata la destra, tutto tace su quel fronte, benché nulla sia cambiato. Ed è cominciata la canea contro dipendenti pubblici, sindacalisti e professori universitari. Attendiamo fiduciosi il turno della casta degli evasori fiscali (un potere da 100 miliardi di euro all’anno, sostiene la Guardia di finanza: il doppio della media europea) e, perché no, dei giornalisti.

9. La «classe dirigente» italiana non manca occasione per dimostrare la propria qualità «strapaesana». Privatizzare ricerca e didattica per porle al servizio dell’impresa e farla finita con saperi «inutili» o «pericolosi»: quanto lungo è lo sguardo di questa operazione? Prima di rispondere, si ponga attenzione alla sorte della ricerca scientifica nel nostro Paese.
Viviamo in una fase storica caratterizzata  dallo stretto intreccio – talvolta una fusione – tra ricerca e innovazione tecnologica. Il peso specifico dell’alta tecnologia nel commercio internazionale è oggi prossimo al 35% (nel 1990 non superava il 15%). La conoscenza  è una forza produttiva potente quanto mai in passato. Per questo i Paesi che puntano a consolidare la propria economia investono in ricerca (e, viceversa, quelli che più investono in ricerca si collocano in vetta alle classifiche della crescita e conquistano quote di commercio internazionale).
La crisi degli Stati Uniti non è dovuta soltanto all’impoverimento della middle class e alla conseguente espansione dell’indebitamento privato oltre ogni limite tollerabile. È anche (fatta eccezione per produzioni di nicchia) una crisi tecnologica e culturale. Avere puntato tutto sulla finanza e sul potere del dollaro ha determinato il declino dell’industria manifatturiera americana che oggi è travolta dalla crisi anche a causa della sua arretratezza.
Per molti versi la situazione italiana somiglia a quella degli Stati Uniti. Nel nostro Paese l’impresa privata ha il record negativo degli investimenti in ricerca e sviluppo. Spende circa lo 0,55% del Pil, contro l’1,83% della Germania e il 2,54% del Giappone. Persino meno della Spagna (0,6%). Soltanto in Italia la spesa privata su questo capitolo è inferiore a quella pubblica (nel resto dell’Europa industrializzata è circa il doppio). La nostra industria (fatta eccezione, anche in questo caso, per alcuni settori di eccellenza) importa tecnologia realizzata all’estero e si specializza in produzioni a basso valore aggiunto. La competizione è tutta sui costi, cioè sulla riduzione dei salari e delle spese in misure di sicurezza (come testimonia la strage quotidiana di lavoratori).
Se questo è vero, come interpretare l’assalto all’università pubblica, la reiterata richiesta che le si taglino i fondi e il progetto di privatizzarne le parti migliori? È l’esatto contrario di ciò che si augurerebbe un’imprenditoria capace anche soltanto di far di conto sul medio periodo. Chi pagherà per la ricerca di base? Quei privati che oggi non pagano nemmeno per la ricerca applicata? Quei privati che (stando ai dati ministeriali) contribuiscono per meno del 20% alle entrate delle stesse università non statali? Università che impongono agli studenti tasse più che quadruple rispetto a quelle delle università statali, benché ottengano dalla mano pubblica il 53,8% delle risorse?
L’affare delle fondazioni sarà l’ennesimo banchetto. A base di immobili, biblioteche, laboratori e a spese della collettività.

10. Tre brevi parentesi.
La prima: i provvedimenti del governo sull’università sono un bell’esempio della crisi del nostro sistema democratico. Il governo decide di intervenire sull’università. Lo fa con un decreto-legge (approvato in nove minuti all’unanimità dal Consiglio dei ministri) nonostante manchino i requisiti per il ricorso a questo strumento. Inserisce le misure in un provvedimento finanziario (Disposizioni urgenti per lo sviluppo economico, cioè: privatizzazioni, tagli alla spesa e ricatti vari contro i «fannulloni» del pubblico impiego), contro il quale è preclusa l’ipotesi del referendum abrogativo. Il provvedimento viene convertito in legge in piena estate (il 6 agosto), a colpi di fiducia. Così, nel rispetto formale delle regole e nella loro sostanziale negazione, rischia di andare in rovina un pezzo non marginale della democrazia repubblicana.
Seconda parentesi: la frammentazione del sistema universitario pubblico non è l’unico provvedimento che metta a repentaglio l’unità sostanziale del Paese. Lo stesso risultato si otterrà con il federalismo fiscale e con lo smantellamento del modello contrattuale incentrato sui contratti collettivi nazionali di lavoro, che sancirà le gabbie salariali e l’individualizzazione del rapporto di lavoro. Anche in questo caso la via è stata sconsideratamente aperta dal centrosinistra con la riforma del Titolo V della Costituzione, con la privatizzazione delle pubbliche amministrazioni, con la riforma presidenzialista delle Regioni e con la regionalizzazione del sistema sanitario. Ma un Paese parcellizzato è senza anticorpi, non ha difese contro l’egoismo, contro l’uso ricattatorio del potere economico, contro la gestione autoritaria del potere amministrativo. La destra sentitamente ringrazia.
Infine, la terza: circola la pericolosa illusione che per forza di cose la recessione restituirà allo Stato la direzione della politica economica e un ruolo attivo nelle politiche occupazionali, liberandoci dall’arroganza ideologica dei teorici del libero mercato. Non è affatto così. Come dimostrano la faccenda delle fondazioni universitarie e la vicenda dell’Alitalia, è ben più probabile che la crisi offra l’opportunità per nuove socializzazioni di perdite e privatizzazioni di risorse pubbliche. Proprio come negli Stati Uniti, dove Bush e Paulson hanno approfittato della crisi per l’«ultima razzia»: oltre 1.500 miliardi di dollari pubblici regalati ai soliti noti (banche, finanziarie, compagnie di assicurazioni e imprese) con il pretesto di debellare la crisi di liquidità. Dopodiché sarà un bel problema per Obama realizzare le misure sociali promesse, a cominciare dalla riforma sanitaria.

11. I provvedimenti della destra sull’università nascono dal nulla? Sono improvvisazioni?
Dobbiamo essere onesti con noi stessi: anche su questo terreno la destra sfonda perché le è stata spianata la via. Abbiamo visto chi ha escogitato il progetto delle fondazioni. Più in generale, l’attuale processo di frammentazione e privatizzazione del sistema universitario è l’estrema conseguenza dei provvedimenti assunti nell’arco di quindici anni soprattutto dai governi di centrosinistra.
In questo quadro spiccano la questione dell’autonomia e il famigerato 3+2.
La Costituzione (art. 34) affida alle università il compito di decidere i propri ordinamenti. Riconosce loro autonomia sulla ricerca, la didattica e le strategie di sviluppo. Ma nella realtà l’autonomia universitaria riguarda soltanto questioni finanziarie. I soldi. Per mezzo dell’autonomia «budgetaria» (introdotta nel ’93 dal governo Ciampi e dai ministri Berlinguer e Colombo) il neoliberismo ha conquistato l’università. Anche le università debbono ragionare in termini di presunta efficienza produttiva, cioè di immediata redditività economica. Sotto la pressione dei vincoli di bilancio, la gestione delle risorse è divenuta un dramma, dando luogo a un vero paradosso. Ciò che chiamiamo autonomia è l’impossibilità di compiere qualsiasi scelta. O meglio: le scelte che si impongono sono sempre rinunce, naturalmente decise dai rapporti di forza nell’ambito dei dipartimenti e delle facoltà. 
Il 3+2 è l’altra brillante trovata anglofila del centrosinistra (la battezzò il ministro Zecchino nel ’99, ai tempi del governo D’Alema). Il disastro è sotto gli occhi di tutti, e non lo riduce il fatto che sia comune ad altri Paesi europei. L’istituzione delle lauree triennali avrebbe dovuto incoraggiare gli studenti a iscriversi e mirava a ridurre il tasso di abbandoni. L’Istat informa che dal 2004 le nuove iscrizioni sono stabilmente in calo (nel 2005-06 del 4,5% rispetto all’anno prcedente) e che soltanto il 45% degli iscritti conclude il corso di studi (contro la media Ocse del 69%). Ma il danno va ben al di là di queste sconfortanti cifre. Consiste nella parcellizzazione pulviscolare degli insegnamenti, incardinata nel perverso sistema dei debiti e dei crediti e ispirata – per l’ennesimo omaggio all’egemonia della destra – dalla smania di porre in concorrenza tra loro le diverse sedi.

12. Quando si avanzano critiche nei confronti delle «riforme» attuate si viene puntualmente tacciati di conservatorismo. Certo, c’è anche molto di buono da conservare e, d’altra parte, il fatto che ci sia anche molto da buttar via non basta a dimostrare che ogni novità sia migliorativa.
Non lo sono quelle introdotte dal governo come non lo sono state la proliferazione dei corsi di laurea (oltre 5.500) e dei micro-insegnamenti, conseguenza del 3+2; la moltiplicazione delle sedi distaccate (circa 380), sorte spesso per ragioni clientelari, che in tanti casi andrebbero chiuse oggi stesso; la sostituzione dei concorsi nazionali con concorsi gestiti dalle sedi, molto più esposti a influenze perverse; l’abolizione di fatto del trasferimento dei docenti; la creazione dei master, che col miraggio della «professionalizzazione» hanno solo comportato pesanti aggravi di spesa per gli studenti.
Ma un sano intervento riformatore dovrebbe muovere da un presupposto: le questioni cruciali non riguardano l’organizzazione e il funzionamento delle università, che pure potrebbero migliorare notevolmente ove si consentisse la reale partecipazione di tutte le componenti del mondo universitario al governo degli atenei e si sottoponesse ciascuno e ogni ruolo a verifiche periodiche che coinvolgano la comunità scientifica internazionale e prevedano anche la retrocessione di chi non si fosse dimostrato all’altezza dei propri compiti. Ma le questioni decisive concernono i diritti di chi studia e di chi lavora.
Per questo si tratterebbe di introdurre poche misure elementari: abolire i numeri chiusi; esentare dal pagamento delle tasse di iscrizione le famiglie a basso reddito e ampliare fortemente il numero delle borse di studio; prevedere agevolazioni per gli studenti lavoratori e fuori-sede; investire ingenti risorse nell’edilizia residenziale (collegi e studentati) e nelle infrastrutture (mense e sale-studio); definire piante organiche del personale docente e non-docente coerenti con le medie europee; garantire l’effettivo riconoscimento del lavoro precario e il regolare reclutamento dei ricercatori; incentivare e premiare la qualità della didattica e della ricerca.
Tutto ciò richiede risorse, non riduzioni di spesa. Dimostra che le «riforme a costo-zero» sono delle prese in giro, e quelle a suon di tagli dei disastri. Ma implica che si voglia puntare sulla crescita dell’università pubblica, non sul suo smantellamento: che si consideri davvero l’università un vivaio di forze, non un covo di scansafatiche o di pericolosi chiacchieroni.
Tutto ciò, quindi, è oggi soltanto un elenco di pii desideri, buono per il libro dei sogni. Ma si smetta, almeno, di ripetere che chi avversa le sciagurate decisioni del governo «difende l’esistente».

13. Uno slogan dell’«Onda» testimonia che il movimento ha compreso la gravità dell’attacco al sistema formativo pubblico e la sua organicità. Non scambia mediocrità per irrilevanza, incompetenza per innocuità. Al contrario, coglie lucidamente il nesso tra lo smantellamento dell’università pubblica e la difesa delle gerarchie sociali.
«Un popolo di ignoranti è un popolo manipolabile».
Il protoliberista Bernard Mandeville lo disse con amabile fair play: «To make the Society happy and People easy under the meanest Circumstances, it is requisite that great Numbers of them should be Ignorant as well as Poor», poiché «Knowledge both enlarges and multiplies our Desires». L’ignoranza riduce i desideri e rende sopportabili ai molti la povertà e la fatica. Così protegge la ricchezza dei pochi, consentendo all’alveare sociale di prosperare felice. Chiaro come il sole.
Ma chi avrà letto Mandeville? Gelmini Maria Stella, crudelmente soprannominata Maria Egìda dacché – povera stella – sillabando in Senato il discorsetto stilato dagli uffici scivolò sull’accento di una parola ignota, traducendo l’ostica sdrucciola in una più familiare piana?
Già, l’avvocato Gelmini, oggi austera vestale del Merito, che per conquistare l’accesso all’albo dovette un dì riparare a Reggio di Calabria e ivi sostenere l’esame da procuratore… L’avvocato Gemini, che non si sa per quali misteriosi Meriti occupi oggi lo scranno che fu di Benedetto Croce… L’avvocato Gelmini che, consultata da un giornalista sulle agitazioni delle università, non trova di meglio che  dire: «Nelle università si fanno sentire solo i docenti di sinistra. Sarebbe ora che anche i moderati, per la miseria, mostrassero gli attributi»…
Già, per la miseria…

14. Naturalmente non è questione di letture, ma di istinto. Quello non manca di certo ai nostri governanti, men che meno al loro «capo-squadra».
I provvedimenti Gelmini-Tremonti-Brunetta sono un distillato della progettualità berlusconiana. A scuola, rigare dritto. Le classi sono troppo affollate? Gli edifici malconci? Gli orari inadeguati? I libri troppo cari? La plebe si accontenti, perdio, mica tutti possono aspirare alla Montessori o alla steineriana! Tutt’al più si farà in modo di togliere di mezzo gli immigrati di «razza inferiore», a cominciare da quelli troppo abbronzati. Quanto agli insegnanti, i precari ringrazino di essere stati mantenuti sin qui a spese della collettività. Ma ora basta, ora si fa sul serio.
Poi per gli scolari avventurosamente giunti sino all’università la festa, come abbiamo visto, è pronta. Nessuno li ha costretti, del resto. Come acutamente osserva il professor Sartori, «perché tutti devono andare all’Università», anche «chi proprio non è tagliato per studi superiori»? E chi se ne frega se in Italia la percentuale dei laureati (il 12,2% della popolazione) è circa la metà che in Francia o in Spagna?
Dura lex, sed lex. Ci si rassegni, una volta per tutte, al ritorno dell’Ordine e della Ragione.

15. Questi pensieri rimuginava il presidente Cossiga quando si confidò prima con l’intervistatore, poi niente di meno che col capo della polizia:
«Gli universitari? Le forze dell’ordine non dovrebbero avere pietà e mandarli tutti in ospedale. Non arrestarli, ma picchiarli e picchiare anche, soprattutto quei docenti che li fomentano». Bisognerebbe far sì che «di queste manifestazioni fosse vittima un passante, basterebbe una ferita lieve, ma meglio sarebbe se fosse grave». E che gli studenti «aggredissero forze di polizia in tenuta ordinaria e non antisommossa e ferissero qualcuno di loro, anche uccidendolo…».

16. «Il luogo, e l’occasione, e il tema stesso da me scelto, m’impongono di non lasciare senza risposta le accuse, nelle quali cotesta diffidenza trova l’espressione sua definitiva. Così p. es. noi abbiamo più volte sentito come alla Camera dei Deputati la menzione dei tumulti studenteschi fosse occasione a discutere la Università tutta quanta, come quella che rappresenti quasi quasi un pericolo per la società. Lo estremo di cotesta frettolosa argomentazione s’ebbe tre anni fa; quando, proprio alla vigilia della discussione delle leggi eccezionali di sicurezza pubblica, dalla bocca di un deputato uscì questa singolare accusa: essere l’Università causa di anarchismo».
Non deputato, caro Labriola: senatore. A vita, per di più.

17. Naturalmente Cossiga scherza – chi lo conosce sin dagli anni Settanta è pronto a giurarlo – e vuole soltanto mettere in guardia il movimento. Che abbia ragione a farlo lo dimostrano gli avvenimenti di queste settimane: le cariche a freddo della polizia contro i manifestanti, gli agguati dei fascisti armati di bastoni e protetti dalle «forze dell’ordine», l’assalto squadrista contro sedi della Cgil a Brescia e a Roma, alla vigilia dello sciopero della scuola e dell’università. Ma l’«Onda anomala» resiste, non sembra scomporsi. E non si contrappone all’università, la difende. Pretende che venga restituita alla sua funzione sociale, di porta aperta sul futuro.
La questione è il futuro, infatti. Studenti e ricercatori precari sanno che è in gioco il loro futuro. Si dirà: che grande scoperta! Anche Sartori  vede che «in ballo c’è il futuro dei giovani». Ma quello che vedi dipende dal punto di vista che adotti.
I giovani guardano dalla prospettiva di chi conosce la precarietà per esperienza, non per sentito dire. Chi oggi ha venti o trent’anni respira incertezza da quando ha l’uso della ragione. Questo non basta certo a neutralizzare l’ansia. Nessuno può accettare che tutto sia aleatorio, salario, lavoro, casa.
Le università sono luoghi di accumulo dell’ansia, batterie che si autoricaricano. In un mercato del lavoro asfittico, per di più in una fase di recessione, il rischio è rimanere sulla strada. Per chi ha questa consapevolezza, il discorso sul futuro non è una divagazione per esteti.

18. Il presente che i giovani vedono è una selezione sociale iniqua, castale, oligarchica. È la trasmissione ereditaria delle posizioni, il contrario della meritocrazia. Possibile mai che, in tanto parlare di «caste», nessuno punti l’indice sulla scarsissima, pressoché nulla mobilità sociale? Questo presente vedono studenti e precari dell’università italiana. Come vedono la massa di denaro pubblico regalata alle banche e alle imprese, mentre si nega l’ossigeno alla scuola, all’università e alla ricerca. Vedono questo presente, e capiscono perché si voglia bloccare la diffusione del sapere.
 Il futuro che vedono è quello che viene sistematicamente negato alla maggior parte dei giovani nelle nostre società, in particolare in Italia. Il futuro che vedono è la confisca del loro futuro: un lavoro dequalificato, sottopagato e precario, il contrario della tanto decantata knowledge economy. Un lavoro per il quale avere studiato non servirà a nulla. Anzi, alimenterà umiliazione e frustrazione. Vedono questo futuro, sanno di incarnare una «posterità inopportuna», e capiscono perché si voglia negare loro la possibilità di formarsi.

19. Conosciamo il commento reazionario a questa situazione. «Non tutti possono…».
La replica del movimento è pacata e forte. Forse non tutti, ma certamente molti di più di quanti trovano oggi un’occupazione all’altezza delle proprie competenze.
Appare sempre più nitido il bivio che abbiamo di fronte. O distruggere un’ingente massa di risorse (intelligenza, creatività, saperi). Oppure metterla a valore, far sì che possa esprimersi fecondando e trasformando, scommettere sul futuro moltiplicando impieghi, progetti e opportunità.
In apparenza è un’alternativa insulsa, poiché tutta la razionalità sembra stare su un versante, tutta la follia sull’altro. In realtà, entrambi i lati hanno un senso, perché la posta in gioco è politica. Solo se disperdi questa energia dinamica puoi conservare lo status quo: queste istituzioni, questi poteri, queste logiche di assegnazione di ruoli e di risorse. Se invece liberi competenze e soggettività, se le poni in condizione di dispiegare la propria potenza, allora metti in moto un flusso inarrestabile di mutamenti, un’onda trasformatrice che non si lascerà contenere entro gli argini. 
Mente chi lamenta sprechi e invoca tagli pianificando la discriminazione di migliaia di giovani e la dissipazione di un enorme patrimonio di saperi. Mente perché nasconde dietro pessime ragioni contabili l’intento di preservare l’assetto dato della società. 
Questa è la vera partita in corso oggi, poiché – direbbe qualcuno – lo «stato generale della scienza», il «progresso della tecnologia», lo sviluppo delle forze produttive sociali sono ormai potenzialmente in grado di «far saltare in aria» le basi attuali della riproduzione.

20. L’onda è anomala. La forza della protesta non si spiega soltanto con la gravità della minaccia incombente sul sistema formativo pubblico. Ha cause politiche più generali. Nasce dal clima di crisi generale prodotto dalle difficoltà materiali in cui vivono masse crescenti di popolazione e dalla revoca di legittimità nei confronti di una forma sociale iniqua e distruttiva. Si può subire, se inevitabile, una condizione di penuria. Si può anche accettare una modesta posizione sociale. Non si può tollerare a lungo l’arroganza di chi accumula ricchezza e potere esaltando la competizione sul merito e garantendo l’auto-tutela delle oligarchie nel dilagare della corruzione e dell’illegalità. 
Non occorre un rabdomante per percepire la fibrillazione che scorre sottotraccia  evocando il dilagare del conflitto sociale. La reazione “cilena” dei governanti alle proteste di piazza è un metro affidabile di questa effervescenza. Ma la resistenza del mondo universitario non ha oggi nulla di corporativo. Sviluppandosi, la lotta si apre agli altri conflitti e alle altre istanze di trasformazione.
Il movimento non si lascia isolare e rinchiudere dentro un’enclave particolaristica. Al contrario. Sbarra la strada a un attacco  distruttivo parlando la lingua dell’autoriforma generale della società. Forse siamo agli inizi di una lunga storia.

 
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