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Secondaria superiore: no alla Gelmini. Per una proposta forte sul sistema di istruzione

di Loredana Fraleone
da Liberazione 16.02.10

Con la così detta riforma della scuola superiore sembra ormai completata l'opera di destabilizzazione di quel sistema scolastico, che prendeva ispirazione dalla

Costituzione repubblicana. Quest'ultimo atto, segnato dalla solita logica dei tagli, ma non solo, sembra non aver trovato una resistenza, che si possa definire

tale, come invece è avvenuto da parte della scuola elementare. La saldatura tra insegnanti e genitori è indubbiamente più facile di quella storicamente

complicata tra studenti ed insegnanti. Questa difficoltà non giustifica però il senso d'impotenza, che oggi domina il segmento scolastico che, per decenni,

governi diversi hanno tentato invano di riformare. La sua rilevanza strategica infatti ha sempre prodotto un tale scontro tra modelli sociali diversi da

impedirne una vera messa in discussione. La scuola superiore perciò si è considerata al riparo da modifiche che non nascessero dal suo interno, come le tante

sperimentazioni che ne hanno sostenuta la qualità. Il problema che sembra oggi avvertito come insormontabile, dal suo corpo docente sempre più frustrato, è la

forza complessiva, politica e culturale, che il centrodestra riesce a mettere in campo non solo in Parlamento, dove ha trovato una flebile ed incerta

opposizione, ma complessivamente nella società. Come si potrebbe spiegare altrimenti la retrocessione dell'obbligo scolastico e dell'età per entrare nel mondo

del lavoro, a soli quattro anni dall'elevamento, che era stato realizzato dall'ultimo governo Prodi? Come si potrebbe spiegare il secco ritorno a scuole

superiori di serie diversa, a seconda che si tratti di licei o di tecnici e professionali, che attraverso un lungo percorso avevano vissuto un avvicinamento, in

termini di qualità e dignità, proprio grazie alle sperimentazioni? Tutto questo però non esonera le forze dell'opposizione, sindacali, associative, politiche,

dalla responsabilità di non aver saputo e voluto ricostruire quella positiva aggregazione che si realizzò, a suo tempo, con il "Tavolo fermiamo la Moratti".

Questa vedeva la partecipazione di forze diverse, dai Cobas alla Cgil, che però seppero costruire una massa critica in grado di svuotare i provvedimenti del

centrodestra, contribuendo non poco alla sua sconfitta elettorale. Su quell'onda poi, si riuscì a guadagnare dal governo successivo l'abrogazione della parte più

significativa di quelle controriforme, nonché l'elevamento dell'obbligo scolastico almeno a sedici anni. Abbiamo provato più volte di riproporre, come Prc,

quell'esperienza, ma invano, nonostante l'attacco della destra al sistema scolastico pubblico sia diventato ancora più virulento. L'impedimento più forte,

diretto ed indiretto è venuto dal Pd, che sembra ormai evitare come la peste aggregazioni ed alleanze su contenuti e posizioni chiare, come si vede anche

rispetto ai programmi delle prossime elezioni regionali. Eppure, sul diritto allo studio, alla conoscenza in generale, vi sono ancora, all'interno della sua area

di consenso, intelligenze ed energie disponibili a confrontarsi e ad allearsi sull'ispirazione costituzionale della scuola della Repubblica. Si può e si deve

aprire una nuova fase, alla luce dell'intensificazione delle contraddizioni che i provvedimenti della Gelmini susciteranno, a partire dall'aumento della

precarietà e della disoccupazione in questo settore. Bisogna ricostruire con pazienza un tessuto politico, sociale e culturale che metta in campo una proposta

forte sull'intero sistema d'istruzione, compresa l'università. Una proposta da costruire anche con soggettività esterne a questo mondo, perché sarebbe tanto più

forte quanto più riuscisse a misurarsi con la crisi e le sfide culturali del terzo millennio. Anche noi, specialmente noi, dobbiamo assumerci questa

responsabilità.

 
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